martedì 9 dicembre 2014

Faster, Pussycat! Kill! Kill!

Qualcuno di sicuro penserà che sono pazzo. Solo pochi giorni dopo il post dedicato alle donne che subiscono violenza, eccomi a presentare un post sulle donne che la violenza la fanno, un post sulle cosiddette Bad Girls, ovverossia le ragazze cattive del cinema. Dite che sono incoerente? Tutt’altro, perché se il fenomeno della violenza sulle donne, benché più volte rappresentato nella finzione cinematografica, ha un suo enorme e triste risconto nella realtà di tutti i giorni, il fenomeno delle ragazze cattive nel cinema rimane più che altro legato a quell’immaginario maschile nel quale le ragazze assumono comportamenti prevalentemente “da uomini”, vale a dire ubriacarsi, azzuffarsi e gareggiare in velocità, pur conservando immutata la loro sensualità o, meglio ancora, elevandola al massimo con l’ausilio di vestiti attillati e provocanti, in particolare camicette che strizzano seni enormi e lunghe gambe in equilibrio su tacchi vertiginosi.
Un genere di film che altro non è che un ritratto del potere che la sessualità femminile ha sugli uomini, le cui caratteristiche differiscono dai soliti stereotipi: in questi film i maschi sono le vittime, e le donne i carnefici che applicano le loro "armi", senza porsi alcuno scrupolo, per raggiungere i loro obiettivi. Si tratta di un fenomeno esclusivamente americano? Non proprio, ma è logico che questo tipo di immaginario abbia trovato il terreno più fertile in una società profondamente individualista come quella americana, dove all’iniziativa personale (nel bene e nel male) viene sempre dato molto valore, anche quando poi, in base a logiche morali e "conservatoristiche", viene condannata; dove, pur biasimandola, si strizza persino l’occhio alla giustizia fai-da-te. Per questo il cinema americano, accanto agli eroi buoni, ha un’ancor più lunga parata di reietti, giustizieri e criminali.

sabato 29 novembre 2014

Avere vent'anni

«Avevo vent'anni... Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.» (Paul Nizan)

Quasi due mesi dall’ultimo post apparso qui su Obsploitation potrebbero aver lanciato il messaggio che quei miei vecchi propositi di gestire un secondo blog, parallelo ad Obsidian Mirror, fossero naufragati. La risposta è in questa uscita tardo novembrina che, nonostante quasi sorprenda anche il sottoscritto, va considerata come una dichiarazione d’intenti. Obspoitation vive e, sebbene a volte arranchi o si senta schiacciato dal predominio del blog principale, continua lento ma imperterrito per la sua strada.
Molte cose sono successe dall’ultima volta che mi sono trovato davanti al biancore abbacinante di queste pagine, ma tra le tante ce n’è una che Obspolitation non poteva ignorare: la prematura scomparsa di una delle regine della commedia sexy all’italiana anni Settanta. Sto parlando naturalmente di Lilli Carati, all’anagrafe Ileana Caravati, giovane interprete di B-movies oggi elevati allo stato di cult e, in questi ultimi anni forse ancora più di allora, icona exploitation fra le più desiderate.
A coloro che si aspettano un post-necrologio che, in quattro e quattr’otto, si trasformi nella solita divagazione perbenista sugli anni più travagliati della vita di Lilli Carati, rispondo che no, non è questo il posto giusto da cui mettersi sparare sentenze. Lilli Carati non è più tra di noi e tutto quello che è stato detto e fatto non ha più importanza. Adesso è giunto il momento del silenzio. È giunto il momento di ricordare Lilli Carati nella versione splendida che seppe offrire alla macchina di presa di Fernando Di Leo nell’ormai lontano 1978.

domenica 5 ottobre 2014

San Babila ore 20: un delitto inutile

Ci sono film che per una ragione o per l’altra rimangono legati all’esistenza di una persona. Alcuni film rimangono impressi nella memoria perché la loro visione ha trasmesso, più o meno inconsciamente, delle emozioni, positive o negative poco importa. Ci sono invece film che invece lavorano ad un livello ancora più profondo, scavano nel subconscio e lì lasciano un segno. È quello che in certo senso ha fatto con me questo “San Babila ore 20”, pellicola cult che Carlo Lizzani girò nell’ormai remoto 1976. 
Un film che mi ha fatto scattare qualcosa dentro sin dalla prima volta che lo sentii nominare. Un “qualcosa” di molto simile ad una tarma che per anni non ha fatto altro che rosicchiare in un angolo introvabile del mio cervello, senza lasciarmi mai in pace. Il paradosso è che “San Babila ore 20” io l’ho visto per la prima volta solo in tempi recenti, oltre trent’anni dopo che quella tarma iniziò il suo dannato lavoro in una lontana sera di inizio anni Ottanta. Sembra incredibile, assurdamente incredibile, ma le cose sono andate esattamente così.
Ricordo che all’epoca dei miei quindici anni trascorrevo le serate estive con il solito gruppo di amici, con i quali condividevo alcuni vaghi interessi ma soprattutto con cui mi divertivo a giocare a pallone, a mangiare gelati, a fare quelle cose innocue che di solito si fanno in un’età in cui le preoccupazioni tendono allo zero. In quelle serate non si faceva granché, per lo più si rimaneva seduti da qualche parte sotto casa, a parlare del più e del meno e a sfotterci a vicenda senza tregua come solo i ragazzini sanno fare. Ecco, i miei ricordi di “San Babila ore 20” partono da qui. C’era un ragazzo, un anno più grande di me, che ne parlava in termini entusiasti. Lo aveva visto pare anche più di una volta, la sera tardi, su una di quelle televisioni private che oggi non esistono più. Lo aveva visto e ce lo raccontava. Ci raccontava di come fosse a suo parere uno dei film più violenti della storia, un film proibitissimo che lui, chissà come, non aveva avuto alcun problema a rimanere alzato a vedere nonostante la presenza dei genitori nella stanza accanto.

martedì 9 settembre 2014

Una lucertola con la pelle di donna

Lucio Fulci lo si può amare o lo si può odiare, lo si può ammirare, lo si può criticare oppure lo si può semplicemente ignorare. Sono sicuro che in molti là fuori potrebbero spendere delle intere ore a disquisire su uno dei registi italiani più controversi del secolo scorso. Ciò che non si può però ignorare è la sua immensa filmografia, una delle più eterogenee in assoluto, in grado di spaziare dallo spaghetti western (Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro, 1966) al noir (Luca il contrabbandiere, 1980), dalle commedie (Come inguaiammo l'esercito, 1965) al drammone medievale (Beatrice Cenci, 1969), dal giallo all’italiana (Non si sevizia un paperino, 1972) fino al gore più truculento (Zombi 2, 1979).
C’è da dire che, guardando i suoi lavori, anch’io ho avuto momenti di grande ammirazione contrapposti a momenti di grandi perplessità. Perplessità dovute più che altro alla sua produzione posteriore al 1982 dove, a mio parere, c’è davvero poco o nulla che valga la pena di ricordare. Ma non siamo qui per parlare del cosiddetto “horror all’amatriciana” che ha contraddistinto gli ultimi anni della carriera del “Godfather of Gore” che, ricordiamo, oltre ad essere stati realizzati partendo da un budget irrisorio, erano film che probabilmente avevano risentito della lunga assenza per malattia del suo autore, malattia che lo colpì nel 1984 e dalla quale non si sarebbe più completamente ripreso. Siamo qui oggi per parlare della sua fase più creativa, in parte forse la più fortunata, ma indubbiamente la più rappresentativa del repertorio del massimo artigiano che il nostro cinema abbia mai avuto.

lunedì 25 agosto 2014

A cena col vampiro

Grande evento oggi su Obsploitation! Chi ha avuto modo di leggere i commenti in coda al post precedente avrà di sicuro già intuito di cosa si tratta. Ebbene il blogger itinerante Marco Lazzara, conosciuto anche come il ronin della blogosfera, si unisce a questo carrozzone per offrirci la sua personale visione di uno tra i film forse meno noti di Lamberto Bava.
Docente di Chimica e scrittore di racconti, il nostro Marco Lazzara è autore della raccolta "Incubi e Meraviglie" che colgo l'occasione di citare (e di linkare) per ringraziarlo, sebbene in proporzione non abbastanza, per aver dedicato qualche ora del suo prezioso tempo a (ri)guardarsi questo filmaccio e a scriverci pure qualcosa in proposito. Grazie infinite, Marco!
Ammetto che ci vuole fegato per intraprendere la visione di "A cena col vampiro" sapendo esattamente di che morte si finirà per morire. Personalmente conoscevo questo film per averlo visto secoli addietro e, se devo dirla tutta, sono anche un invidiato possessore del DVD originale, particolare questo per cui, a partire da stasera, sarò irriso da tutti i visitatori del blog. Anzi, se proprio devo dirla tutta, possiedo l'intero cofanetto "Brivido giallo", citato da Marco nel suo articolo, contenente il peggio del peggio di Lamberto Bava. Se avevo delle vaghe speranze di venderlo in blocco a cinque euro su ebay... beh...  da stasera tali speranze sfumeranno definitivamente ed io dovrò in un modo o nell'altro farmene una ragione. Ma basta ciarlare. Lascio la parola al buon Marco Lazzara che vi prenderà per mano e vi porterà.... a cena col vampiro!

lunedì 18 agosto 2014

La sanguisuga conduce la danza

Avete presente quei vecchi horror gotici italiani, molto popolari negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta? Quei vecchi film talmente affascinanti che sembrano non invecchiare mai e che ebbero tra i suoi massimi interpreti cineasti del calibro di Riccardo Freda (I vampiri, 195), Renato Polselli (L’amante del vampiro, 1960), Mario Bava (La maschera del demonio, 1960) e Antonio Margheriti (Danza Macabra, 1964)? Era un tipo di film le cui trame si svolgevano accarezzando, chi più chi meno, tutta una serie di stereotipi che ne permettevano rapida l’identificazione nel genere (e in questo caso il mio uso del termine stereotipi è tutt’altro che negativo).
Solitamente c’era un eroe/nobiluomo di mezza età, possibilmente di bell’aspetto ma non troppo. C’era naturalmente un castello arroccato in cima ad un luogo inaccessibile, come per esempio una scogliera. C’era il ricordo di una storia familiare tragica, spesso caratterizzata da morti violente o suicide. C’era una dama misteriosa che si aggirava per le stanze del castello, spesso più di una, il cui fascino finiva inevitabilmente per stregare il nobiluomo di cui sopra o un suo occasionale ospite. Sporadicamente c’era un ritratto sopra il camino raffigurante una nobildonna, morta secoli prima, dall’impressionante somiglianza con la dama già citata. Facevano da contorno tutta una serie di vari personaggi opzionali, dal maggiordomo tenebroso al giardiniere misterioso, dalla governante goffa alla giovane ancella di cui non si capiva mai bene la funzione reale nell’economia del film.

giovedì 31 luglio 2014

La frusta e il corpo

Domanda: "Che cosa desidera per il futuro?"
Mario Bava: "Desidero una bara ricolma di sangue nella quale io possa riposare in pace, potendo però uscire la notte per addentare sul collo i film che ho fatto."
Domanda: "Come si spiega che gli americani e i francesi hanno apprezzato i suoi film più degli italiani?"
Mario Bava: "Perché sono più fessi di noi."

Esattamente un secolo fa, il 31 luglio 1914, nasceva Mario Bava, uno dei pochi indiscutibili caposaldi del cinema italiano di genere. Autore di pellicole consacrate allo stato di cult quali “La maschera del demonio” (196o) o “Sei donne per l’assassino” (1964), solo per citare un paio di titoli già recensiti dalle mie parti, Mario Bava ha segnato un solco che sarebbe stato ripercorso innumerevoli altre volte dai nostri registi, a partire da Lamberto, figlio d’arte e biologico, passando da tutta la generazione di registi anni Settanta e transitando dai signori del giallo, non ultimo quel Dario Argento che ha sottratto a Bava tutti gli inconfondibili stilemi del giallo che lo avrebbe reso celebre, per terminare (ebbene sì) con la generazione degli Zampaglione et similia che, pur con altalenanti risultati, devono certamente gran parte del loro mestiere agli insegnamenti del grande maestro. Inventore riconosciuto del film gotico, del giallo all’italiana, ma anche di catogorie “meno nobili” come lo slasher, Mario Bava riuscì ad esportare il suo ingegno anche all’estero, raggiungendo e ispirando nomi del calibro di David Lynch, Martin Scorsese, Tim Burton e, naturalmente, il “solito” Quentin Tarantino.